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INVERNO DEMOGRAFICO

6 Apr 2025

INVERNO DEMOGRAFICO

Il calo demografico è la più grave e drammatica questione che l’Italia deve affrontare nel nostro tempo, dalla quale dipende non solo la sostenibilità del nostro sistema di welfare e la nostra prosperità economica, ma la nostra stessa sopravvivenza come Comunità Nazionale.
Dal 2009 in poi L’Italia ha riscontrato una diminuzione costante e progressiva delle nascite. Siamo passati dai 577.000 nati del 2008, l’ultimo anno in cui è stata registrata una crescita demografica, alle 379.890 nascite del 2023, con una diminuzione impressionante del 34,2%. Gli ultimi dati Istat relativi ai primi 10 mesi del 2024 registrano un’ulteriore riduzione del 3% rispetto al 2023. Il numero medio di figli per donna è stato nel 2023 di 1,20, un dato che si comprende in tutta la sua gravità considerando che il “tasso di sostituzione”, necessario per mantenere una popolazione stabile, è di 2,1 figli per donna. La popolazione italiana è scesa al 1° gennaio 2024 sotto i 59 milioni e se il tasso di decrescita si dovesse mantenere stabile, nell’arco di 40 anni, la popolazione italiana sarebbe di 45 milioni. La diminuzione delle nascite è dovuta sia alla contrazione della fecondità, che al calo della popolazione femminile in età fertile, che è passata in 10 anni da 13,4% milioni nel 2014 a 11,5 milioni al 1° gennaio 2014. Cresce anche la tendenza a posticipare la nascita del primo figlio, nel 2023 l’età media è stata di 32,5 anni. Secondo i dati di una ricerca effettuata nel 2023 da Community Research and Analysis più di un italiano su due (57,4%) ha almeno un figlio e un terzo di questi desidererebbe altri bambini (34,3%). Fra chi invece non ha ancora figli (42,6%) quasi la metà, il 40,4%, vorrebbe averne uno. In cima alla lista delle ragioni per cui gli italiani non fanno figli o rimandano la decisione di diventare genitori ci sono quelle legate alla sfera economica e lavorativa. In particolare, i costi da sostenere per mantenere i figli (62%) e la paura di perdere il lavoro o avere conseguenze professionali negative (60,2%). Per più di un italiano su 2 (55,1%) a rappresentare un problema è la carenza di servizi per le famiglie.
Per cogliere la grande incidenza del calo demografico sul nostro sistema di welfare e su quello produttivo è sufficiente soffermarsi sulle conseguenze più macroscopiche. Oggi il rapporto fra lavoratori e pensionati è di 1,4, in leggero miglioramento rispetto al biennio 2021/2022, grazie ai successi del Governo Meloni sul fronte dell’occupazione. Tuttavia, se la tendenza demografica non si inverte è destinato a scendere a 1,3 tra 10 anni e ad abbassarsi ad 1 nel 2050. Per avere un sistema previdenziale solido questo rapporto dovrebbe assestarsi almeno su quota 1,5. Per raggiungere questo obiettivo bisognerebbe riportare le nascite alla quota di 600.000 l’anno. L’invecchiamento della popolazione pone naturalmente un grave problema riguardo alla spesa sanitaria, di cui già si colgono i primi segnali, che sarà necessaria per garantire cure adeguate e qualità della vita ad un numero sempre maggiore di persone anziane. La questione demografica è strettamente collegata anche alla stabilità del nostro sistema economico. Le proiezioni statistiche sono eloquenti: da qui al 2024 con gli attuali tassi di fecondità l’Italia rischia di vedere ridotto il proprio PIL del 18%. Un altro dato particolarmente significativo legato all’inverno demografico è quello relativo alla Scuola: secondo le rilevazioni dell’Istat, con gli attuali indici di decrescita, entro il 2035 si perderanno il 21,4% degli studenti fra i 5 ed i 14 anni, mettendo fra l’altro a rischio la presenza delle scuole primarie e secondarie di primo grado in circa 3.000 comuni italiani.
Il sostegno alle famiglie e alla natalità è stato fin dall’inizio una delle priorità fondamentali del Governo, come dimostra la stessa istituzione del Ministero della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità, affidato alla guida esperta e competente di Eugenia Roccella. Giorgia Meloni ha definito la lotta alla denatalità “la nostra prima e più importante sfida”. Tutte e tre le Leggi di Bilancio presentate finora dal Governo hanno destinato importanti risorse finalizzate ad attuare interventi incisivi a supporto delle famiglie e incentivi alla natalità. Anche la Legge di Bilancio 2025, varata in un contesto segnato dalle crisi internazionali e dal rientro in vigore del Patto di stabilità, non ha rinunciato ad introdurre o a rafforzare misure di sostegno alla natalità: il “bonus bebè” di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato da gennaio 2025 per le famiglie con ISEE fino a 40.000 euro, l’ampliamento a tre mesi complessivi entro il sesto anno di vita del figlio del congedo parentale indennizzato all’80%, il “bonus asili nido” di 3.660 euro per tutti i nati dal 2024 appartenenti a nuclei familiari con ISEE fino a 40.000 euro, lo sgravio contributivo per le mamme lavoratrici, con 2 o più figli e con reddito fino a 40.000 euro, fino al compimento del decimo anno d’età del figlio più piccolo, una aumento del tetto delle detrazioni fiscali per le spese scolastiche nelle scuole paritarie fino a 1.000 euro, la proroga per il triennio 2025/2027 della misura che agevola l’accesso al mutuo “prima casa” per le giovani coppie e le famiglie con 3 o più figli, il “Fondo Dote Famiglia” e il rifinanziamento della carta “Dedicata a te” per le famiglie a basso reddito. Sono tutti passi in avanti significativi sulla strada di un programma di legislatura che si pone obiettivi molto ambiziosi: la piena introduzione del “quoziente familiare”, cioè di un sistema di tassazione che abbia come uno dei parametri fondamentali il numero di componenti del nucleo familiare, misure incisive per favorire la diffusione sempre più capillare di asili nido aziendali, condominiali e familiari, il sostegno ai Comuni per assicurare asili nido gratuiti ed aperti fino alla all’orario di chiusura di negozi ed uffici, incentivi importanti alle aziende che assumono neomamme e favoriscono forme di conciliazione dei tempi casa-lavoro e una piena ed effettiva applicazione degli articoli della legge 194/1978 dedicati alla prevenzione dell’aborto, anche attraverso l’istituzione di un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza.
In Regione Lombardia, come gruppo consiliare di Fratelli d’Italia, stiamo da tempo lavorando ad una legge quadro, “Lombardia è famiglia”, che ha l’obiettivo di sostenere la natalità intervenendo con provvedimenti efficaci in tutti gli ambiti più rilevanti: la conciliazione famiglia-lavoro, il welfare aziendale, l’accesso alla casa ed al credito, gli sgravi fiscali, la conciliazione famiglia-scuola, l’offerta sociale per i minori. Accanto ai provvedimenti legislativi più puntuali, abbiamo ritenuto prioritario ripensare l’intera architettura delle politiche regionali per le famiglie attraverso la creazione di un’Agenzia Regionale per la famiglia, che coordini tutti gli enti del sistema regionale che si occupano, a vario titolo, delle politiche per la famiglia, in modo da sburocratizzare le procedure e rendere più univoci e rapidi gli interventi necessari. A sua volta, il nostro progetto prevede che l’agenzia si strutturi sul territorio con una suddivisione in distretti per avere la maggiore prossimità possibile alle caratteristiche dei vari territori lombardi con le loro esigenze, i loro bisogni e le loro potenzialità. Riguardo a questo aspetto delle potenzialità l’Agenzia Regionale per la famiglia punta ad ottenere il massimo coinvolgimento degli Enti del Terzo Settore, delle associazioni, delle Fondazioni, delle imprese, degli istituti bancari e finanziari. Questo coinvolgimento dei soggetti del volontariato, del no profit e dell’imprenditoria nelle politiche di welfare è un aspetto fondamentale, che ho avuto modo di sperimentare personalmente nei contatti e nelle interazioni avute durante l’elaborazione del mio Progetto di Legge “Misure di prevenzione e di contrasto al sovraindebitamento”, che proprio l’altro ieri è stato approvato dalla IV commissione Attività Produttive del Consiglio Regionale e che verrà discusso in aula nella seduta del 9 aprile. Qualsiasi iniziativa di potenziamento del welfare non può ormai prescindere, per essere veramente efficace, dal coinvolgimento di queste realtà della società civile. E’ una considerazione che vale anche per le stesse politiche nazionali che il Governo vuole perseguire a sostegno della natalità. Tutti auspichiamo che le risorse pubbliche da investire aumentino, ma fare rete con i vari soggetti “privati” è indispensabile per mobilitare e moltiplicare le risorse e le competenze.
Per uscire dall’inverno demografico però le buone politiche di welfare non sono sufficienti, occorre anche, e forse soprattutto, una profonda e radicale rivoluzione culturale, un profondo e radicale cambiamento della mentalità e della concezione antropologica rispetto alle visioni false e bugiarde che si sono diffuse per decenni, fino a diventare un pensiero diffuso dominante altamente tossico.
Riguardo a questo aspetto possiamo incominciare con il ricordare quello che avrebbe voluto dire Eugenia Roccella agli Stati Generali della Natalità nel maggio 2024, se non le fosse stato impedito dagli ululati di alcuni sinceri democratici. Alla Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo che si è svolta al Cairo nel 1994, 179 paesi, partendo dal principio che sviluppo e popolazione sono strettamente collegati, hanno sostanzialmente ritenuto che frenare la crescita demografica portasse alla crescita economica: insomma, meno figli voleva dire più ricchezza e sviluppo, e del resto questo era il dogma indiscutibile sostenuto da tutte le grandi agenzie “umanitarie” internazionali, emanazioni dell’ONU. Oggi invece è ormai un fatto assodato che il nesso fra natalità e sviluppo c’è, ma è all’opposto di quello che si era affermato nella Conferenza del Cairo. Come ha detto Adriano Bordignon, presidente del “Forum Associazioni familiari”: “La demografia si vendica di chi la critica”, ed io aggiungerei, che si vendica soprattutto di chi la manipola.
D’altra parte non è vero che non si fanno più figli solo per ragioni economiche. Il dramma più autentico e profondo dell’Occidente è culturale e spirituale: abbiamo smesso di credere che la vita meriti di essere tramandata. Abbiamo sostituito il “noi” con l'”io”, il dovere con il diritto, il sacrificio con la comodità. In questo clima, la famiglia viene percepita come un ostacolo alla libertà personale. La genitorialità è vista come un peso, i figli non sono considerati come un dono, ma come una spesa, un rischio, una rinuncia alla propria libertà. Questa mentalità non nasce dal nulla, è il prodotto di decenni in cui tutto ciò che è legame, durata, impegno, è stato svilito. Viviamo in una società dove l’effimero ha sostituito il duraturo, dove l’insicurezza è diventata un alibi per l’immobilismo.
Ma un popolo che rinuncia a fare figli è un popolo che ha smesso di amare sé stesso, è un popolo che si suicida, giorno dopo giorno, ed è per questo che la crisi demografica non è solo un problema sociale o economico, è un atto di diserzione collettiva dal futuro. A causare questa crisi è l’idea malata di libertà che ci hanno instillato. è l’individualismo radicale che ha trasformato ogni scelta collettiva in una minaccia per il proprio io. Ci hanno detto che i figli sono un ostacolo, che la famiglia è una gabbia, che mettere al mondo una nuova vita è una decisione da rimandare finché non si è “completamente realizzati”, ma questa realizzazione, così intesa, non arriva mai. È una trappola. L’individualismo ha separato la libertà dalla responsabilità, l’amore dalla stabilità, la sessualità dalla generazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: culle vuote, scuole che chiudono, borghi deserti, un popolo che invecchia e scompare.
Questo individualismo non ha prodotto persone più libere, ma più sole. Ha distrutto il coraggio di progettare, ha cancellato il senso del domani. Ha fatto della vita un bene da consumare e non da trasmettere. Un popolo che non fa figli è un popolo che smesso di credere nella propria missione storica, che ha rinunciato ad avere un destino comune e, per questo, a lasciare un’eredità dietro di sé. Se oggi non nascono più bambini è perché è stato spezzato il legame fra le generazioni, è stato tolto senso all’idea stessa di continuità. Va detto con chiarezza: se non abbattiamo questo individualismo sterile ed autodistruttivo, ogni politica a sostegno della natalità sarà inutile. Nessun bonus può riempire il vuoto di senso, nessun incentivo economico può sostituire un’identità collettiva. Dobbiamo ridare valore alla famiglia, alla comunità, all’idea che la vita non si esaurisce nel presente. Solo così torneremo a generare, solo così torneremo ad una vita autentica, feconda e felice.
Non può esistere una Nazione forte senza famiglie forti.